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Dalla Lettonia con… sfortuna

Non so quanti conoscano e/o ricordino David Ionoviç Bronštejn. Nato nel 1924 e scomparso nel 2006, è considerato tutt’ora uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Fu finalista nel Campionato del Mondo del 1951 contro Botvinnik (che conservò il titolo soltanto per la regola che assegna al Campione in carica la vittoria in caso di pareggio nel match mondiale): a quattro partite dalla fine Botvinnik (si giocava allora sulla lunghezza delle 24 partite) conduceva per un solo punto. Bronštejn riuscì clamorosamente a ribaltare la situazione con due vittorie consecutive, ma nella penultima partita, forzando un finale pressoché patto si trovò in gravi difficoltà dopo l’aggiornamento. All’epoca era d’uso, al termine dell’orario di gioco previsto, aggiornare la partita “mettendo in busta” la mossa; la gara veniva ripresa più tardi o il giorno dopo, dopo lunghe analisi profondamente umane… Sergio Sollima ricorderà certamente un paio di

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Passeggiata reale

Gli ultimi due turni del Campionato Italiano a Squadre (serie C) hanno visto la nostra formazione concorrere per la promozione in serie B. Purtroppo il cammino si è fortemente complicato già al 5° turno, quando, in quel di Latina, avremmo dovuto vincere anche solo di misura per avere la quasi certezza della promozione. La sconfitta del nostro capofila Ettore Roccatani in prima scacchiera, giunta molto presto, ha imposto a Fabrizio De Cristofano, Simone Teodonio e me di cercare il risultato pieno. Probabilmente il compito più ostico era il mio: affrontare in seconda scacchiera una forte 1N con Elo di 1860 non è esattamente una passeggiata. E mentre Simone (dapprima in vantaggio, poi in posizione difficile) riusciva a pattare, Fabrizio sottovalutava le potenzialità del suo temibile avversario e doveva soccombere. Restava in gioco soltanto l’onore: ed era paradossalmente proprio una passeggiata quella che segnava la mia vittoria contro un avversario simpatico e di prestigio. Non una passeggiata qualunque, ma quella di una testa coronata, canuta e bianca. Un passo alla volta, senza fretta; una storia di altri tempi, prima del motore. In effetti, molti temi presenti in questa partita sono quasi di un vintage malinconico, con

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Michail Tal’, una sembianza d’infinito

Romanticizzare significa dare all’ordinario un senso superiore, al quotidiano un’apparenza di mistero, al cognito la dignità dell’ignoto, al finito una sembianza d’infinito.
(Novalis)

Succede a volte per gli scacchi come per la letteratura. Anche chi, come me, per vocazione ed esigenze professionali frequenta la narrativa contemporanea, sente spesso il bisogno di tornare al proprio canone di grandi: Manzoni, Verga, Dickens, Gogol, Cechov, Flaubert, Maupassant, Zola, London, Pirandello, Kafka e tanti altri. Per non parlare della poesia e del pensiero filosofico e storiografico. Negli scacchi, poi, il contrasto sembra ancora più stridente: i giocatori attualmente ai vertici della classifica mondiale saranno a modo loro fortissimi (ci mancherebbe) ma raramente le loro partite appassionano. Ecco: sembra non esserci pathos, sembra non esserci quello spirito che animava i grandi del passato, ma piuttosto sembra di assistere all’esecuzione di spartiti digeriti nel corso della costante frequentazione dei motori. In breve: manca lo stile. Lo stile è il quid che ci connota, è un insieme di tratti distintivi, in cui si concentrano temperamento, cultura, esperienza vissuta (l’erlebnis dei tedeschi). ‘Le style c’est l’homme’ diceva Georges-Louis Leclerc de Buffon: lo stile è (anche) lo scacchista, si potrebbe dire. Quanti di noi sarebbero in grado, se non si sapessero in anticipo i nomi dei contendenti, di riconoscere

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Precedenze in diagonale

Prima di scrivere questa analisi mi sono arrovellato nel dubbio: il Lettore non vorrà leggere in questa seconda partita mia consecutivamente pubblicata una sorta di “superbia da Prima Scacchiera Interplanetaria”? Ci ho dunque riflettuto un bel po’, poi ho deciso di pubblicare proprio questa partita. I motivi sono molteplici:
1 – è l’unica partita (oltre quella di Alex) di cui sono in possesso, e poiché la sfera di vetro è in riparazione non posso indovinare le mosse delle altre partite [che, ricordo, vanno indirizzate qui: dgtpi (chiocciola) italink punto net];
2 – è una partita secondo me molto pregevole sotto il profilo estetico e anche abbastanza istruttiva, e sono certo che il mio bravissimo avversario Paolo “Akon” Marcelli è d’accordo con me;
3 – è un esempio di come la logica dei motori scacchistici sia completamente distante dal pensiero umano.

Partiamo subito dalla terza considerazione. Nonostante di solito io cerchi di NON usare i motori,

Partite (meno note) da ricordare – Sidney Norman Bernstein contro Erre J Effe

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos, gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvenimur et extollimur magnitudine gigantea. (Iohannes Saresberiensis, Metalogicon, 1159)

Diceva Bernardo di Chartres che siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca. (Giovanni da Salisbury, Metalogicon, 1159)

Ho deciso di inaugurare una sezione intitolata appositamente al giocatore da cui la sezione di Cassino (Erre J Effe) prende il nome. Il titolo dice tutto: “Le spalle del Gigante” esprime direttamente l’opinione che ho di Robert James Fischer, del quale giovedì scorso, 17 Gennaio, è stato l’undicesimo anniversario della morte. Una morte tristissima, che lo colse in quella Reykjavik che lo incoronò Campione del Mondo nel 1972, per via delle mille e mille vicissitudini che l’uomo-Fischer attraversò a partire dall’ambivalente data del 1° Settembre di quell’anno, in cui un sogno si realizzò ma una vita si infranse definitivamente e per sempre. Ora forse l’uomo ha trovato il riposo che un’esistenza infelice gli ha sempre negato.

Non intendo in questa sede ricordare i molteplici record, i risultati e le considerazioni che pongono Fischer

A New York, con scalo a Londra

Con Domenico Baldassarra abbiamo avuto il piacere, qualche settimana fa, di rivedere un’antica partita giocata in un torneo di Sora di… non dico quanti anni fa, quando già risplendeva l’astro di Gianni Donarelli. Con l’inossidabile e irriducibile Mauro Catracchia rappresentammo, per un certo periodo, la triade più agguerrita dello scacchismo nella nostra provincia: Gianni, in verità, irruppe un po’ dopo e fu un’irruzione che lasciò il segno, eccome. Io e Mauro eravamo più improvvisatori, più portati all’avventurismo tattico: Gianni si presentò con una preparazione teorica e una solidità di gioco che rappresentavano delle novità nel contesto dello scacchismo del frusinate. Gli rivolgo un sommesso ma accorato appello da questo sito, anche se sono svariati anni che non abbiamo il piacere d’incontrarci: caro Gianni, che ne diresti di tornare a corteggiare l’antico amore? Le membra saranno un po’ acciaccate ma la voglia di perdersi nelle praterie degli scacchi potrebbe tornare quella d’antan! Il cavallo (e gli altri pezzi, ovviamente!) si sentirebbero in buone mani.

Domenico Baldassarra, dicevamo.

Il cammello degli Urali

Gli Urali, e segnatamente la città di Zlatoust, hanno una lunga e consolidata tradizione scacchistica: proprio a Zlatoust è nato, nel 1951, il grande Anatolij Karpov. Ma gli Urali non sono solo la patria dell’ex Campione del Mondo: il capoluogo dell’oblast’ uralico è Čeljabinsk, dove è nato il GM Evgenij Ėllinovič Svešnikov. Nel caso ve lo stiate chiedendo, la risposta è sì: si tratta proprio dell’eponimo della notissima e popolare variante della Difesa Siciliana (B33 secondo il sistema di classificazione dell’Enciclopedia), colui che ha dato il proprio nome, insieme a Lasker, alla Variante Sveshnikov. Il talentuoso GM uralico ha rivoluzionato la teoria delle aperture insieme a un pungo di “commilitoni scacchistici” della sua città, tant’è che la variante è anche chiamata “variante Čeljabinsk”, essendo stato a lungo un vero e proprio marchio di fabbrica della squadra di quella città. All’inizio guardata con sospetto e considerata largamente inferiore, per via della intrinseca debolezza del pedone d6, nelle sapienti mani dei giocatori degli Urali la variante si è evoluta in un sistema molto usato e promettente per il N; l’unica pecca, se pecca è, di Sveshnikov è che lui è un tipo altamente dogmatico: per esempio, a parte l’ovvio fatto che contro 1.e4 gioca sempre e solo la sua variante, propugna all’universo mondo la teoria che esiste un’unica variante corretta contro la Siciliana, ed è la variante Alapin. Un novello Tarrasch, dunque, che ha conquistato il mondo siculo con le sue audaci proposizioni. La sua apertura (1.e4 c5 2.Cf3 Cc6 3.d4 cxd4 4.Cxd4 Cf6 5.Cc3 e5 6.Cdb5) si presenta simile alla più posizionale

La Donna Scandinava

Il 21 Dicembre è il solstizio d’inverno. Chiamatelo come volete: “Alban Arthuan” (ovvero “la rinascita del Dio Sole”) come i Celti; “Yulè” (ovvero la “ruota dell’anno”) come i Germani; “Jul” (“ruota solare”) come i Norvegesi o “July” (“tempesta di neve”) come i Finnici; “Juvla” come i Lapponi o “Karatciun” (il “giorno più corto”) come i Russi: non cambia nulla, è il solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno per l’emisfero Nord. Ed è l’inizio dell’inverno… E come celebrare l’inizio dell’inverno, se non con l’apertura più settentrionale di tutte?
La Difesa Scandinava non ha mai goduto di vasta popolarità, anche se la sua recente adozione da parte del Maestro Sergio Sollima rischia di rinverdire l’interesse, in verità mai sopito, per questa apertura. Si tratta di una sequenza molto antica, non priva di pregi (il compianto ed estroso danese Bent Larsen -uno dei più forti giocatori occidentali del secolo scorso, scomparso nel 2010 per un’emorragia cerebrale- amava definirla come un miglioramento della Caro-Kann, e con essa sconfisse a Montreal nel 1979 il Campione del Mondo Anatolij Karpov), ma decisamente poco giocata. Infatti, le statistiche mostrano che è solo la

Nasino Francese

Come molti sanno, la Difesa Francese deve il suo nome al famoso match per corrispondenza giocato nel 1834 fra Londra e Parigi: la sua adozione in tutte o quasi le partite da parte del circolo francese, con lusinghieri risultati, valse all’apertura il nome che porta. Pochi invece sanno che è stata cantata anche in un album del nostro Enrico Ruggeri, ormai più di 30 anni fa!
Non è un’apertura facile da giocare per il N, ma è complicatissima da affrontare per il B. Solida, spinosa, senza fronzoli richiede comprensione strategica non comune, ma anche tanta pazienza. Nata come strumento difensivo da opporre all’Alfiere “italiano” in c4 chiudendone la “diagonale della morte” a2–>f7, si è evoluta in un’apertura dalle molteplici sfaccettature strategiche, in cui domina, come nell’Ortodossa, il problema dell’A campochiaro del N. In italiano, per i tipi della “Mursia” sono comparsi due volumi fondamentali per questa apertura (che è stata, prima della dilagante moda sicula, la regina dei giochi detti “semi-aperti”): uno, specificamente dedicato alla più recente variante Tarrasch (1.e4 e6 2.d4 d5 3.Cd2), ad opera del M° Franco Zaninotto; un altro, più classico e generico ma comunque essenziale, fu scritto dal compianto MI Giorgio Porreca (“La Difesa Francese“). Probabilmente nulla descrive meglio questa difesa delle parole di Porreca: «Personalmente confesso che ogni volta che ho adottato la Francese, immancabilmente per l’intero arco della partita sono stato preda di un grande amore-odio-amore per essa: amore al principio, per la suggestione dei primi insegnamenti del M° Del Vecchio, un sensibile cultore della Francese; odio poi, per le sofferenze che essa impone per lunghe fasi di gioco; ancora amore, infine, per la soddisfazione dei risultati che essa in genere mi ha procurato (…)». Questo si legge nella mia copia, acquistata il 17 settembre 1982,

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Il volo del calabrone

Il volo del calabrone” è il terzo episodio dell’opera “La favola dello zar Saltan” (composta fra il 1899 ed il 1900) di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, quando il protagonista viene trasformato in un insetto. A dire il vero, il tipo di apertura adottato dal N in questa partita ha poco a che fare con il pericoloso fratello maggiore delle api, visto che in realtà si chiama “Difesa Avvoltoio” (A56 o A46, secondo l’ordine… disordinato delle mosse), patrocinata da Stefan Bucker. Si tratta di una difesa strettamente imparentata con la rarissima “Difesa Doery“, caratterizzata da una diversa sequenza iniziale (1. d4 Cf6 2. c4 e6 3. Cf3 Ce4) che tenta di mescolare le carte al B ostacolando la proposta di Ovest Indiana con dei temi anomali e comunque a là Nimzowitsch. Bucker stesso, per tornare all’Avvoltoio (nella sua variante “classica” 1.d4 c5 2.d5 Cf6 3.c4 Ce4!? 4.f3 Da5+ 5.Cbd2 Cd6) ha chiamato così la sua creatura, spiegando:

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