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Cambio Spagnolo

Cambio Spagnolo

La Partita Spagnola (o Ruy Lopez: qui un “Bignami”di ricapitolazione) è una delle aperture, come si sa, più giocate in assoluto e più ampiamente analizzate da oltre 500 anni. Non c’è scacchista che non l’abbia giocata (col Bianco, col Nero o addirittura con entrambe), e dispone di una miriade di varianti dalle caratteristiche uniche: di fatto, ogni variante vive di vita propria, ha una sua personale identità, una peculiarità che rende difficile padroneggiare questa apertura ad ogni livello. È stata protagonista di numerosi match mondiali, e nel 2000 vide rivitalizzata una variante fino ad allora considerata inferiore (la Difesa Berlinese) da parte di Kramnik, che mise in profonda crisi il campionissimo Kasparov, del tutto impotente davanti al muro berlinese costruito dallo sfidante. Anche in precedenti incontri mondiali la Spagnola fu protagonista; anzi, personalmente fui affascinato e colpito dalla scelta di Korčnoj che, sia nel drammatico match di Baguio del 1978 che in quello brevissimo di Merano nel 1981 adottò la Variante Aperta contro la 1. e4 di Karpov, con risultati alterni.

Lo storico testo di Giorgio Porreca

Mi sembra inutile segnalare, anche solo per sommi capi, il grandissimo numero di varianti che si dipana dalla semplice sequenza di mosse 1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. Ab5: ne fui grandemente colpito, ovviamente, oltre 35 anni fa, quando, volendo studiarla, trovai l’unico testo che all’epoca era dedicato alla Spagnola: “La Partita di Re – seconda parte – Spagnola”, edizioni Scacco!, 1979, di… ma certo, Giorgio Porreca! Lo acquistai il 25 Gennaio 1983 a Roma; prezzo: 9.000 Lire…

Fra tutte le varianti, quella che probabilmente è restata più a lungo chiusa nel congelatore è la variante del cambio, in cui, dopo la spinta interrogativa …a6 del Nero al 3° tratto, il Bianco non risponde con la consueta ritirata dell’Alfiere in a4, ma -rinunciando volontariamente alla coppia degli Alfieri- cambia in c6, creando un’impedonatura al secondo giocatore. L’ipotetico finale di pedoni derivante dovrebbe lasciare un certo vantaggio al Bianco, ma, come si sa, fra l’apertura e il finale gli dèi hanno messo il mediogioco… All’inizio del secolo scorso, questa scelta del primo giocatore era ritenuta molto passiva e si pensava che fosse, in ultima analisi, una continuazione al massimo buona per la patta. Fu clamoroso, quindi, vedere che all’ultimo turno del grande torneo di San Pietroburgo del 1914 Lasker (all’epoca Campione del Mondo in carica) dovendo affrontare Capablanca (che lo sopravanzava di mezzo punto) adottò proprio la Variante del Cambio (C69), sorprendendo il cubano e vincendo partita e torneo. Questo risultato non riabilitò la continuazione, che tornò in letargo per circa mezzo secolo finché Bobby Fischer non la rispolverò durante le Olimpiadi dell’Avana nel 1966, usando la variante 5. o-o (anziché la classica 5. d4 usata a suo tempo da Lasker). Il primo ad affrontarla fu Gligorić, che, temendo un’innovazione dell’americano in qualche punto, rinunciò alla continuazione più aggressiva 5… Ag4 rispondendo con la prudente 5… f6, come fece, nella stessa manifestazione, Portisch. Lo jugoslavo fu travolto in 25 mosse, mentre l’ungherese riuscì ad arrivare alla 34a.
Oggigiorno, a tutti i livelli, si ha meno timore di infilarsi nel ginepraio della variante con inchiodatura, anche perché se segreta novità teorica c’era (e di chissà quale portata), il buon Bobby se l’è portata nella tomba, non avendola mai giocata. Ma ginepraio resta, perché le possibilità tattiche sono innumerevoli, ed è uno di quei casi in cui serve un’ottima conoscenza mnemonica dello sviluppo delle mosse, per evitare di finire in qualche trappola.
Recentemente ho rivisto una bella prestazione di Teimour Radjabov (l’azero numero 10 del mondo, che quest’anno è stato escluso dal Torneo dei Candidati perché si è rifiutato di giocare per via del Covid19). Opposto allo spagnolo (!) di adozione Aleksej Dmitrievič Širov alle Olimpiadi di Torino 2006, ha adottato proprio la Variante del Cambio; e l’ha giocata così bene, secondo me, che vale la pena rivederla con attenzione. Ho anche pensato di dare, nei miei ristretti limiti, una connotazione “didattica” (ma spero non pesante) all’esposizione, perché la variante mi sembra comunque molto istruttiva. Io, comunque, sia come Bianco che come Nero una volta apprese le idee imparerei a memoria un po’ di mosse: non si sa mai…

Ora, io sono sicuro che devo fidarmi di tutti quelli che mi dicono che le aperture non vanno studiate a memoria, che Nimzowitsch è superato, etc. Però, “digiamolo”: Radjabov ha dimostrato che si possono interpretare molto modernamente anche certi precetti. E che le idee di Fischer su una variante “debole” forse non erano fuori luogo, visto che il Cambio Spagnolo ha fatto ballare un gran brutto flamenco al malcapitato Shirov… 🙂

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