• 3348308891
  • dgtpi@italink.net

Archivio degli autori

La regina degli Scacchi e gli Scacchi

Poteva mancare un’occhiata alla serie-cult del momento? Ovviamente no! Io però non l’ho vista; il Maestro (appassionato di cinema più di me) invece sì, e da par suo ha scritto… la sua. Ve la propongo tale quale.

𝗟𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗶𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶 (𝗧𝗵𝗲 𝗤𝘂𝗲𝗲𝗻’𝘀 𝗚𝗮𝗺𝗯𝗶𝘁)

A proposito di questa serie, devo dire anzitutto qualcosa sugli scacchi visto che il gioco degli scacchi riveste un ruolo fondamentale nel plot narrativo. La traduzione e il doppiaggio italiani in alcuni punti risultano risibili, anche se gli svarioni possono essere colti solo da chi sa di scacchi: fra gli altri, il nome del grande scacchista russo Alekhine (Alièchin) viene pronunciato goffamente all’inglese (Alecàin), il termine “variante” viene reso con “variazione”, che non esiste nel lessico tecnico degli scacchi. In generale, il gioco degli scacchi – certamente non agevole da rendere in maniera efficace sullo schermo – viene spettacolarmente concentrato in mosse eseguite troppo velocemente e meccanicamente, come se lo scacchista avesse fra le mani il cubo di Rubik invece che i pezzi sulla scacchiera. Troppo enfatizzata, poi, la ricorrenza degli sguardi indirizzati all’avversario piuttosto che alla scacchiera: la guerra psicologica ha un suo ruolo nella contesa scacchistica ma si gioca su una gamma più ricca e sottile di sfumature. Taccio di altre incongruenze nella rappresentazione del gioco.
Le storie di contorno appaiono, poi, un po’ ingabbiate in stereotipi rappresentativi: il custode burbero e solitario ma in fondo tenero, il padre adottivo avido e insensibile, la madre adottiva frivola e alcolizzata, l’amica d’infanzia generosa e comprensiva, alcuni scacchisti piuttosto inaffidabili. Le attrici protagoniste – Isla Johnston è Beth Harmon bambina, Anya Taylor-Joy è la Beth cresciuta – hanno carisma e presenza scenica ma una fissità un po’ monocorde nelle espressioni. Discreta la ricostruzione ambientale, con il sapore degli anni ’60 variamente diffuso negli arredamenti, nelle auto, negli abiti, nella musica. Abbastanza fedele la contrapposizione fra lo scacchismo sovietico – che fu una vera e propria scuola, una “corazzata” con tanti notevoli campioni – e quello americano, basato su singoli exploit. Nella reale storia degli scacchi, il leggendario Bobby Fischer sfidò, praticamente da solo – vincendo – Boris Spassky, che aveva dietro un formidabile team di consiglieri e allenatori.
Ben calibrato il messaggio fondamentale degli scacchi come riscatto sociale ed economico oltre che come veicolo di maturazione emotiva. Resta, in definitiva, la sensazione di una serie onesta, che si segue abbastanza volentieri ma che è stata, a mio avviso, sopravvalutata e che, con alcune scelte più coraggiose nella sceneggiatura, avrebbe potuto risultare più coinvolgente.
(Sergio Sollima © 2021)
No tags for this post.
Sergio Sollima

Una questione… virtuale

Dice: “Ma tu non perdi mai? O fai il furbetto e pubblichi solo quello che ti mette in bella evidenza?” Beh, in effetti non perdo moltissimo. Anche perché gioco poco 😀 Però non è nemmeno facile battermi, a dire il vero 😉
Questa, per esempio, è l’unica partita che ho perso in 4 anni di CIS (e le partite del torneo le ho giocate tutte, quasi sempre in 1a scacchiera e contro CM di notevole valenza (spesso dai 1980 FIDE in su) o contro ottime 1N: questo per dire che, nonostante l’età, non è che mi metto a pettinare le bambole quando gioco…
Ho chiesto al Maestro, Sergio Sollima, di commentare questa sconfitta: me la inflisse quasi 4 anni fa l’allora emergente (e ormai affermatissimo) co-patron di “Gambito Club”, Alex Melchior, nell’incontro decisivo per la promozione in serie B. Contribuii, ahimé, al risveglio dal sogno. Ricordo perfettamente l’altalena di emozioni di questa Est-Indiana: era quando ancora giocavo solo 1. d4 (sono sempre stato estremista nella scelta delle aperture). Una partita imperfetta per entrambi, ma straordinaria per l’intensità del gioco. La partita è la Marino-Melchior. L’anno il 2017. Il nome della competizione è CIS. Il commento è di Sergio Sollima. In corsivo i suoi commenti; le mie brevi note in testo normale.

Una delle differenze principali fra il giocatore di livello superiore (Grande Maestro, Maestro Internazionale, Maestro Fide, che chiameremo G1) e il giocatore di livello inferiore (che chiameremo G2) consiste in quella capacità di lettura della partita che chiamo la “visione virtuale”. Una volta usciti dalla fase dell’apertura, codificata, come si sa, per un buon numero di mosse, nel momento in cui una partita assume un suo determinato volto, G2 potrà anche disporre di un’ottima capacità di analisi, che però, in genere, resta legata alla posizione in atto, esplorata in alcune varianti principali che di norma non vanno oltre le tre-quattro mosse. G1, oltre a essere dotato di una capacità di analisi superiore, sa “vedere” una posizione che sulla scacchiera in quel momento non c’è: questo è ciò che intendo con visione virtuale. Ovvero sa vedere dove e a cosa potrà portare quella posizione, anche in prospettiva di un finale di partita, oltre che di sviluppi riguardanti la fase del centro. Una partita di scacchi si compone precisamente di una serie di posizioni in atto che contengono in nuce e come in filigrana posizioni virtuali. G1 imposterà il suo gioco – con una sequenza di mosse che rispondono all’obiettivo strategico fondamentale, sempre con un occhio a possibili complicazioni tattiche – sulle virtualità di volta in volta percepite, serbando la capacità di non innamorarsi eccessivamente di un’idea, perché ogni idea può essere sempre aggiustata o cambiata se l’avversario ci sorprende con mosse non previste. Qualche volta un giocatore di media forza ha una corretta visione virtuale ma non riesce a trovare la sequenza giusta di mosse per arrivare alla posizione intravista e agognata. In questa interessante partita con arrocchi eterogenei, il B non sempre sa dare corpo all’idea – a mio avviso valida – che ha coltivato. Alla sua visione virtuale.

Che altro dire? La prima volta che Alex mi sconfisse (credo che nemmeno se lo ricordi) fu in un semilampo ad Ausonia, nel 2012. Era ancora 3N, e io giocavo davvero poco, anche se avevo conquistato un bel terzo posto pochi mesi prima, ad Aquino, in un altro 15+0. Questa partita, che -lo confesso- mi ha lasciato l’amaro in bocca e ha evidenziato i miei limiti nelle capacità di analisi e calcolo,  non solo è l’unica partita che ho perso in 4 anni di CIS e Campionati vari a squadre (una su 25 non è poi così male), ma è anche l’unica partita con un CM in cui non sono riuscito ad evitare la sconfitta. Vabbé, in effetti non sono così forte. Migliorerò 🙂
Un ringraziamento a Sergio per aver messo nero su bianco (…) le nostre riflessioni, fatte anche subito dopo l’incontro.

No tags for this post.
Sergio Sollima
CIS

Michail Tal’, una sembianza d’infinito

Romanticizzare significa dare all’ordinario un senso superiore, al quotidiano un’apparenza di mistero, al cognito la dignità dell’ignoto, al finito una sembianza d’infinito.
(Novalis)

Succede a volte per gli scacchi come per la letteratura. Anche chi, come me, per vocazione ed esigenze professionali frequenta la narrativa contemporanea, sente spesso il bisogno di tornare al proprio canone di grandi: Manzoni, Verga, Dickens, Gogol, Cechov, Flaubert, Maupassant, Zola, London, Pirandello, Kafka e tanti altri. Per non parlare della poesia e del pensiero filosofico e storiografico. Negli scacchi, poi, il contrasto sembra ancora più stridente: i giocatori attualmente ai vertici della classifica mondiale saranno a modo loro fortissimi (ci mancherebbe) ma raramente le loro partite appassionano. Ecco: sembra non esserci pathos, sembra non esserci quello spirito che animava i grandi del passato, ma piuttosto sembra di assistere all’esecuzione di spartiti digeriti nel corso della costante frequentazione dei motori. In breve: manca lo stile. Lo stile è il quid che ci connota, è un insieme di tratti distintivi, in cui si concentrano temperamento, cultura, esperienza vissuta (l’erlebnis dei tedeschi). ‘Le style c’est l’homme’ diceva Georges-Louis Leclerc de Buffon: lo stile è (anche) lo scacchista, si potrebbe dire. Quanti di noi sarebbero in grado, se non si sapessero in anticipo i nomi dei contendenti, di riconoscere

No tags for this post.
Sergio Sollima

A New York, con scalo a Londra

Con Domenico Baldassarra abbiamo avuto il piacere, qualche settimana fa, di rivedere un’antica partita giocata in un torneo di Sora di… non dico quanti anni fa, quando già risplendeva l’astro di Gianni Donarelli. Con l’inossidabile e irriducibile Mauro Catracchia rappresentammo, per un certo periodo, la triade più agguerrita dello scacchismo nella nostra provincia: Gianni, in verità, irruppe un po’ dopo e fu un’irruzione che lasciò il segno, eccome. Io e Mauro eravamo più improvvisatori, più portati all’avventurismo tattico: Gianni si presentò con una preparazione teorica e una solidità di gioco che rappresentavano delle novità nel contesto dello scacchismo del frusinate. Gli rivolgo un sommesso ma accorato appello da questo sito, anche se sono svariati anni che non abbiamo il piacere d’incontrarci: caro Gianni, che ne diresti di tornare a corteggiare l’antico amore? Le membra saranno un po’ acciaccate ma la voglia di perdersi nelle praterie degli scacchi potrebbe tornare quella d’antan! Il cavallo (e gli altri pezzi, ovviamente!) si sentirebbero in buone mani.

Domenico Baldassarra, dicevamo.

Sergio Sollima

Cosa significa essere uno scacco

Il Re, com’era logico, era il più furente: “Hai sbagliato quando hai inutilmente sacrificato il nostro pedone in e4, senza calcolare bene la risposta dell’avversario. Era chiaro che, dopo aver accettato il sacrificio, non sarebbe caduto nel tranello alquanto banale che avevi teso e così ti sei subito ritrovato con un pedone di meno, senza uno straccio di controgioco. Non hai pensato a quel povero pedone?”

Fu la volta del Cavallo, che a mala pena cercava di controllare il suo scalpitante disappunto: “Dovresti ormai sapere che nella difesa Najdorf alla spinta 6…e5 si risponde con 7.Cf3. Che senso aveva mettermi in b3, lontano dal vivo dello scontro? Credevi forse che mi sarei tirato indietro? Che rabbia se solo penso alle tue mani che mi hanno sollevato e messo nella casa sbagliata senza che io potessi fare nulla! Avrei preferito disintegrarmi fra le tue dita, disperdermi su tutta la scacchiera.”

“E io cosa dovrei dire?” disse l’Alfiere campochiaro, oscillando nervosamente su e giù per la grande diagonale ormai sgombra nella generale smobilitazione “mi hai cambiato stupidamente con un cavallo in una posizione aperta e ti sei precluso le già poche possibilità di patta che avevi. Non conosci neanche le regole più elementari del finale.”

Il giocatore era rosso in viso e non sapeva cosa rispondere e poi non capiva ancora come facesse a trovarsi lì, sulla scacchiera, unico imputato, davanti a una corte implacabile. Stava per dire qualcosa quando intervenne la Donna, che fino a quel momento se n’era stata crucciata in silenzio, circondata da uno stuolo di Pedoni disfatti e avviliti: “Non è la prima volta che ci mandi allo sbaraglio e so io quali affronti ho dovuto sopportare perfino da pedoni, che mi hanno inseguito e minacciato fino a costringermi in un angolo in cui io – la Donna, dico, la Donna! – ho dovuto assistere impotente alla disfatta del mio esercito e alla disperazione del mio amato Re, sballottato qua e là sino al matto, senza neanche l’onore delle armi! Non c’è punizione adeguata per te che non hai mai pensato al dolore che ci procuravi, alle umiliazioni alle quali ci sottoponevi. Pensavi fosse un semplice gioco? Pensavi di poter disporre di noi come di schiavi sempre ai tuoi dissennati ordini?”

“Io vi prometto che mi metterò a studiare, che non sbaglierò più una variante…la Najdorf non avrà più segreti per me…anzi no, vi prometto che non giocherò mai più, che non oserò mai più neanche toccarvi né guardarvi…”

“Troppo facile” disse il Re “devi pagare e pagherai. Nella vita chi sbaglia paga e gli scacchi sono come la vita.”

“Lasciatemi andare, vi prego, non potete tenermi qui imprigionato sulla scacchiera, se ne accorgeranno prima o poi, verranno a liberarmi.” Ora piagnucolava: non sapeva a cosa aggrapparsi.

Ma il Re, dopo un rapido cenno d’intesa con la Donna, le Torri, i Cavalli, gli Alfieri, i Pedoni, sentenziò: “Uno dei nostri valorosi Pedoni centrali era già stanco da un po’ per le tante battaglie, lui che è sempre stato uno dei più esposti, che non si è mai tirato indietro sin dalle prime mosse di ogni partita. Mi ha confessato che non gli dispiacerebbe godersi un po’ di riposo. Prenderai il suo posto, diventerai un pedone a tutti gli effetti e capirai cosa significa essere mandati allo sbaraglio, avere poche armi per difendersi e avanzare, solo avanzare senza poter mai retrocedere, sempre disposti al sacrificio. Forse, se avrai più fortuna di chi stai per sostituire, proverai la gioia di essere promosso sul campo e allora potrai trasformarti anche in una magnifica Donna coronata. Capirai cosa significa essere uno scacco.”

dal libro di Sergio Sollima L’automobile che m’investirà e altri racconti, Manni Editore 2008

No tags for this post.
Sergio Sollima